La Storia
1959. Un assieme di amici, che a Gorizia
è meglio identificabile come «clapa» (Luci Leghissa, Silvano Larise, e poi Leo Calligaris, Giorgio Ceriani, Renato Oppieri, Luciano Graniti ed altri) con il ritrovo nel bar pasticceria della Pierina Bensa, e poi via, ogni sera, durante il tempo libero, alla domenica, accomunata dall'amore per la montagna (e perché no, da un buon bicchiere di vino) dedica una piccola parte del tempo comune ad una «cantada». Tanto che con l’andar del tempo un nucleo (Leghissa, Larise, Franco Furlan nel frattempo adottato, Oppieri e Calligaris ) di fatto mette le basi per fondare l’attuale coro. Le prime parvenze di prove, guidate da Luci Leghissa, in una saletta dell'osteria dal «Lungo» in Via Foscolo. Dopodiché grazie all’interessamento ed appoggio di Enio Turus a seguito del quale il direttivo del CAI di allora fu convinto a tollerare l'esistenza di un gruppo corale. Mancava un maestro, Giuliano Pecar era la persona giusta, gli fu proposto di dirigere il coro. Nonostante i moltissimi impegni la risposta fu: «Se si tratta del coro del CAI, senz'altro, ma nessuna altra ragione mi farebbe accettare un simile incarico».
Per convenzione il 1961 è stato considerato l'anno di fondazione del coro, ma già nel 1960 il coro era operativo. La fondazione, avvenne in una memorabile sera nella sede del CAI, che allora era ospitato dall’ U.G.G. L'intervento di Turus e la collaborazione di Alvise Duca aveva non solo permesso di fruire della sede per le ipotetiche prove, ma anche all'occorrenza, delle altre sale dell' U.G.G e del palcoscenico.
Dopo un periodo di propaganda, accanto a Pecar, Leghissa, Larise, Furlan, Oppieri arrivarono i vari Caravaglio, Chiuzzelin, Del Piccolo, Dinelli ed altri, il che fece capire che non era più una illusione. Si raccolsero in venticinque e dall'entusiasmo iniziale di quel gruppetto che l'appassionato Luci Leghissa aveva iniziato ai piaceri del canto si stava strutturando il coro del CAI di Gorizia.
E’ bello ricordare in che indescrivibile gazzarra il buon Giuliano Pecar imperterrito, serafico ma comunque magnetico, con pazienza e perseveranza imponeva ai coristi note e passaggi. Sia pur con lentezza e con notevoli difficoltà, i risultati c'erano nonostante una sola prova alla settimana della durata di un’ora. Ed i risultati furono tanto incoraggianti da far appassionare i titubanti e far mantenere l'entusiasmo agli altri.
Tutti i coristi, comunque non nutrivano grandi ambizioni; l'attività era modesta ed è perciò che il CAI ignorava quasi l'esistenza del coro. Tanto è vero che il primo accenno al coro fu fatto in una riunione di Consiglio Direttivo, come risulta dal verbale, ma eravamo già nel 1963. Fu l'anno infatti delle prime esibizioni, con le quali il coro dimostrò anzitutto a se stesso che «esisteva» e la gente cominciò a capire che c'era qualcosa di vero.
Il debutto, la prima uscita in assoluto avvenne durante una sagra organizzata dalla parrocchia di Visinale dell'Judrio. Il palcoscenico: il pianale di un carro! Il pubblico: una piccola banda locale con cui il coro si alternava con applausi reciproci, poiché i partecipanti alla sagra ignoravano totalmente i due complessi! Il rinfresco: vino e ... ritagli di biscotti. E poi seguì un concertino all’ U.G.G. durante la proiezione di diapositive del presidente sezionale Lonzar. Poi un altro concerto in occasione dei festeggiamenti per l’ ottantesimo della fondazione della sezione cittadina del CAI.
Ancora, il 4 agosto, il coro interviene accompagnando
Non si parla ancora di divise a quei tempi, ma il primo accenno, quello cioè di avere una nota uniforme fu fatto per la partecipazione al concorso di Adria nel 1964, che rappresentava la prima uscita del coro di estremo impegno. Il coro si presentò indossando il vestito «più scuro» che ognuno avesse, e, come nota uniforme, una cravatta rosso-vino (naturalmente) procurata per tutti dal corista Larise a lire 300 cadauna ed il distintivo del CAI offerto per l'occasione dal Consiglio Direttivo.
Giuliano Pecar aveva voluto cimentarsi anche per aver un parere qualificato sulla realtà del coro. I risultati ufficiali indicavano i cori finalisti; tutti gli altri, praticamente, terminavano a pari merito. Al termine della manifestazione Pecar andò ad intervistare la giuria. La risposta fu che il coro aveva senz'altro da «mangiare ancora tanta polenta», ma aveva un tessuto ottimo e doveva continuare senz'altro sulla strada che aveva intrapreso.
Ciò servì da stimolo a perseverare e, con gli apprezzamenti, si formò in molti una precisa «coscienza» sociale dalla quale scaturirono una serie di riunioni.
Si tentò di ipotizzare uno statuto per pianificare la vita del coro; stabilire diritti ed obblighi dei coristi, sanzioni per inottemperanze ecc. In effetti veniva sentita l'esigenza di rimettere in sesto un modo di vivere comunitario che era improntato alla massima libertà, ma con ciò rasentava l'anarchia. Partecipazione alle prove a piacere, così, senza regole; rumori molesti, chiacchiere, fumo e simili rendevano le prove pesantissime al maestro ma anche a chi desiderava presenziare per cantare. Da queste riunioni scaturì anche il bisogno intimo di personalizzare il coro e venne la proposta da parte di Caravaglio di denominarlo «Monte Sabotino» quale omaggio all'unico rilievo che era rimasto a Gorizia. La proposta fu accettata e il 5 dicembre 1966 risulta da un verbale del Consiglio Direttivo che nella ragione sociale, a complemento di Coro del CAI, viene anteposto «Monte Sabotino».
Fu deciso di acquistare (sempre a spese proprie poiché il coro non disponeva assolutamente di alcun aiuto) un paio di pantaloni velluto noce. Le camicie rimanevano quelle personali da escursione di ognuno, e le calzature erano pure delle pedule scamosciate personali.![dopo la messa in grotta con Giuliano [320x200]](/images/stories/dopo la messa in grotta con Giuliano [320x200].jpg)
Siamo nel 1967 ed il coro ormai è conosciuto ed apprezzato.
Si ricorda una applauditissima esibizione in occasione della cerimonia per la nuova denominazione del rifugio Grego (gruppo dello Jof Fuart), e fra gli intervenuti il Gen. Apollonio che si congratula personalmente con il maestro Pecar ed invita il coro a tenere un concerto a Venzone. Quasi contemporaneamente giungono gli inviti della Società Alpina delle Giulie per un concerto a Trieste e l'invito della RAI per una registrazione.
Tra i concerti fa spicco una brillante affermazione al concorso di Adria in cui giunge meritatamente all'ottavo posto su 23 concorrenti. Partecipa pure al concorso Seghizzi conquistando un quinto posto.
Il desiderio di essere vestiti un po' più da montagna fa evolvere la divisa: i pantaloni di velluto diventano alla zuava, calzettoni di lana verde marcio, e pedule scamosciate (tutto a carico di ciascun corista).
Negli anni successivi l'attività si fa sempre più intensa, i riconoscimenti sono sempre più lusinghieri. Nel 1968 il Coro partecipa ad un concerto organizzato dalla RAI, la quale trasmette irradiando una serie di canti nei giorni 22 giugno e 30 luglio, e richiede una foto del coro, che verrà poi pubblicata sul Radiocorriere.
Il Coro partecipa anche puntualmente alla Messa che lo Speleo Club «Bertarelli» organizza annualmente nella grotta «Due Piani».
A proposito di tradizioni, nell'anno 1968 prende l'iniziativa di organizzare ed accompagnare
L'anno dopo ci si trova nuovamente ad Adria dove il coro è ormai un veterano. La divisa è ancora variata: pantaloni alla zuava di gabardine marron, calzettoni color becco d'oca, pedule scamosciate e la solita camicia difforme.
Dopo un periodo di prova presso l'Oratorio «Pastor Angelicus» di Via Rabatta, nel 1971 viene inaugurata la nuova sede del CAI, e del coro naturalmente, in via Rossini. Ma il coro sta attraversando un periodo particolare, in quanto il maestro Pecar non può più dedicarsi all'insegnamento in quanto oberato da inderogabili problemi di lavoro.
Il coro supera il periodo di interregno sorretto dalla dedizione di coristi quali Renato Valletta, Luci Leghissa, Piero Cappella, Carlo Pascoletti, che si avvicendano nella guida per «tener duro».
Finalmente nel 1972 la situazione si ristabilizza. Alvise Duca incontra il vecchio amico e collega Umberto Perini e lo convince a prendere le redini del coro.
Umberto Perini ha una profonda educazione musicale, ha esperienza didattica, è allenato al pubblico. Avrà anni di lavoro, di esperienze, di sacrifici, di disillusioni. Rimette rapidamente il coro in condizioni di cantare e di riaffrontare il pubblico, lo instrada secondo la propria sensibilità sul tracciato del repertorio programmato, e già il primo anno viene concluso con l'ormai tradizionale messa natalizia, fatta nella chiesetta della Subida.
Nel 1973 il coro approva lo Statuto, base necessaria per diventare una associazione legalmente riconosciuta con atto notarile.
Nel 1974 spicca una iniziativa, quella cioè di offrire alla cittadinanza un concerto. Viene pensato il Castello di Gorizia ed il successo è enorme. È piaciuto il coro, il programma, la cornice del resto unica, e la scelta del periodo: la fine di giugno. E tale concerto diventerà una tradizione, un emblema, un dovere nei confronti del CAI e dei goriziani.![1974 il primo concerto in castello [320x200]](/images/stories/1974 il primo concerto in castello [320x200].jpg)
Il Natale di quell'anno viene passato dal coro nell'Abbazia di Rosazzo -allora quasi in disarmo - richiamando all'ammirazione della gente questa magnifica, vetusta ma solidissima chiesa, e così per tutte le feste natalizie degli anni successivi.
Il tempo scorre mentre il coro continua la propria attività, non senza sacrifici. Il complesso continua a prodursi in applaudite esibizioni. Si reca all'estero, viene applaudito a Klagenfurt nel 1974, ove si ripresenterà nel 1979, canterà ancora in Austria a Villacco nel ![2000 Roma concorso Di Lasso [320x200]](/images/stories/2000 Roma concorso Di Lasso [320x200].jpg)
Nel 1979 il coro incide il disco, intitolato «Entorno al Foch». Nel 1986 il coro incide una audiocassetta e più recentemente, nel 2003 un CD.
Dal 2008 il coro è diretto da Piero Cappella.
Il Coro Monte Sabotino, contrariamente ad altri complessi non si è espresso, nella sua vita ormai cinquantennale, in molti concorsi. Si è dedicato ad una attività più popolare e più vicina ai propri estimatori, esprimendosi in concerti a livello regionale, e aderendo con umiltà alle richieste di cantare , purché coerenti con le finalità statutarie.
Non ha considerato certamente avvilente il riunirsi ufficialmente anche entro le mura domestiche; ha considerato un dovere essere presente nelle tristi circostanze di lutti che colpivano i più vicini all'ambiente.
Da una Messa in montagna al palcoscenico polveroso d'una sala parrocchiale, il coro tuttavia si è spostato con agilità anche su palcoscenici prestigiosi come quello di Adria o di Roma, è stato applaudito in rassegne cittadine e più lontane, si è recato all'estero o ha cantato in qualche chiesa senza che avesse mai pensato di avere qualche blasone da difendere. Ha sempre cantato con semplicità in perfetta coerenza anche con l'abito che porta, esempio di semplicità, sincerità e senza affettazione.
Sotto la presidenza di Larise e dei suoi successori, Dino Terenzio, Carlo Pa
scoletti, Alvise Duca, Piero Cappella il coro ha superato travagli, problemi di convivenza, difficoltà economiche e problemi legati all’organico. Questo è il Coro del CAI di Gorizia, il «Monte Sabotino». Alla fin fine si tratta, come nel 1959, di un gruppo di amici che desidera solo riuscire a cantare in modo accettabile per far sentire attraverso i propri motivi la voce meravigliosa della montagna, e dare il suo contributo alla perpetuazione del canto che è una delle più splendide invenzioni che l'uomo abbia fatto.
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